Il 15 di ottobre è il BabyLossDay mondiale, il giorno in cui tutto il mondo dovrebbe prendere consapevolezza che anche i bambini non nati sono esistiti e hanno lasciato la loro impronta in questo mondo.

Per celebrare questo giorno così importante, oggi vi racconto la storia di Donna dalla forza incredibile e che ha lottato con tutta se stessa per stringere tra le braccia il suo bambino. Ve la racconto perché anche dietro alla corazza più forte si cela tanta sofferenza e noi dovremmo prenderne coscienza e soprattutto smetterla di sottovalutare la perdita di un figlio, anche se non nato.


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Nell’immaginario comune quando una coppia decide di avere dei figli la gravidanza è una conseguenza immediata.

Più vado avanti negli anni più mi rendo conto quanto di poco immediato ci sia nella procreazione e nel concepimento, quante coppie lottano da anni per poter diventare genitori, e io, che mamma lo sono diventata quasi per caso, non posso che soffermarmi e riflettere profondamente davanti a queste situazioni.

Oggi ho deciso di condividere con voi l’esperienza di una mamma speciale, una mamma che ha lottato e ce l’ha fatta. 

L’esperienza di Beatrice (nome fittizio) vuole essere un faro di speranza per tutte quelle mamme che ci stanno provando ma che ancora non stringono tra le loro braccia un bambino, vuole essere un modo per far capire a chi c’è passato che non siete sole e infine vuole essere un input, non critico ma propositivo, agli operatori sanitari per dare il meglio anche davanti a casi così complessi e delicati.

“Gabriele (nome di fantasia) è il mio bimbo numero 4. Ho creduto di diventare mamma e ho perso mio figlio 3 volte prima di poterlo abbracciare. Ho perso 3 bambini che porto tutt’ora nel cuore prima di sentirmi mamma davvero.” Inizia così la storia che mi sta raccontando Beatrice e io ho già gli occhi pieni di lacrime.


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“Ero affetta da una patologia che mi rendeva difficile rimanere incinta e praticamente impossibile portare avanti la gravidanza quella miracolosa volta che avveniva, ma io non lo sapevo. L’ho scoperto solo dopo aver perso i miei bambini e aver fatto degli accertamenti per la poliabortività, ma ormai avevo deciso di non voler più rischiare, che non avrei sopportato un’altra perdita e che era meglio smettere di provarci.

Ricordo perfettamente il giorno in cui cambiò la mia vita.

Era la notte tra il 5 e il 6 agosto ed ero al lavoro durante un turno di notte, avevo nausea, giramenti di testa, pensavo di avere un virus intestinale, uno dei tanti che sono soggetta a prendere. Mi sentivo strana, avevo un tono dell’umore molto alto, quasi come se l’euforia si fosse impadronita di me, una sensazione che non provavo da tanto. Ma io di motivi per essere felice in quel momento in realtà non ne vedevo molti.

Il giorno dopo mio marito vedendomi un po’ strana mi chiede se sono incinta.

La rabbia scoppia in un secondo, me lo mangio a parole solo per aver osato pensare che ci potesse essere la possibilità. Le sue parole riportano alla luce le mie ferite, le mie perdite e il solo pronunciare quelle lettere I-N-C-I-N-T-A mi feriscono ancora come uno tsunami che devasta la terra. Io avevo rinunciato a essere madre, avevo preso quella parte di me, quel desiderio che caratterizzava la mia essenza e l’avevo seppellito tempo prima. 

Mi arrabbio perché io madre non potevo esserlo.


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Questo malessere fisico ma benessere mentale va avanti per due settimane e un giorno, in seguito a dei crampi uterini decido di guardare il calendario e mi rendo conto che ho un ritardo di due settimane.

Un ritardo.

Due settimane senza ciclo.

Impossibile.

La decisione non è semplice e sto male ancora adesso se ci ripenso ma tiro fuori tutto il coraggio che ho e decido di andare in farmacia a comprare un test di gravidanza. 

Arrivo a casa con quella scatola che ho imparato a odiare e la metto da parte finché non ho il coraggio di aprirla e fare il test, ma lo lascio in bagno ed esco di casa a fare un giro.

Continuo a ripetermi “non ti illudere Bea, prenderai la solita delusione, tu figli non ne puoi avere”.

Rientro in casa dopo 3 ore e lo guardo. Due linee rosa. Positivo. Incinta. Impossibile.

E’ positivo ma non ci credevo avendolo lasciato all’aria così tanto tempo. 

Ripeto ben altri due test in pochi minuti e in altrettanti pochi secondi eccole li che mi fissano quelle linee.

Scoppio a piangere, e non mi vergogno a dirlo, non piangevo di gioia, piangevo perché ero terrorizzata, mi sentivo morire dentro perché avevo paura alla sola idea di un’altra gravidanza, così spaventata che non riesco nemmeno a comunicarlo a mio marito. 

Quando una donna vede un test positivo normalmente è felice e piena di pensieri positivi. Io vedevo tutto nero, la felicità non sapevo neanche dove potesse essere.

Il giorno dopo vado a fare gli esami ematici e ho la conferma che quella gravidanza era arrivata ma non riuscivo ancora a capacitarmene al punto di continuare a pensare che forse sarebbe stato meglio che i test fossero negativi. 


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Mio marito era fuori di sé dalla gioia, ma io non riuscivo ancora ad accettare la possibilità che per una volta potesse andare tutto bene, che quella notizia fosse vera, riuscivo solo a sentire il terrore sotto la mia pelle e non facevo altro che respirare la mia paura. La paura che anche questa volta sarebbe andata male, che la delusione mi avrebbe sovrastata e che non ne sarei uscita. Questa volta non mi sarei rialzata. Questa volta mi avrebbe demolita.

Ogni mattina mi alzavo e mi controllavo gli slip per vedere se c’era del sangue e ogni volta che erano puliti mi dicevo “ecco, anche questa mattina è andata, stai tranquilla Bea”.

Alla sesta settimana facciamo l’ecografia e anche se si vedeva solo un sacco vuoto gli esami ematici erano positivi e lì il mio cuore a rincominciato a battere anche se ancora ad un battito incerto. Mi sono addolcita e i pensieri positivi hanno cominciato a farsi strada.

Man mano che vedevo che nelle ecografie il mio bambino cresceva e sentivo il suo battito una parte di me ha cominciato a sentirsi mamma per davvero.

Nonostante avessi passato la 12esima settimana finché non ho fatto l’ecografia morfologica c’era sempre una vocina dentro di me che mi diceva che sarebbe finita male, i pensieri negativi che mi perseguitavano.

Adesso a posteriori posso dire che mi sarebbe stato utile la presenza anche di uno solo degli operatori sanitari che mi dicesse “dai forza, non deve andare sempre male, pensa positivo”, avevo bisogno di qualcuno che mi prendesse la mano e mi dicesse che potevo stare tranquilla.

Mio marito me lo diceva, i miei famigliari me lo dicevano, ma io avevo bisogno di essere rassicurata da qualcuno del settore e invece loro non lo facevano perché con la mia storia clinica precedente nessuno voleva prendersi la responsabilità di pronunciare quelle parole.

Ho vissuto una gravidanza nel limbo, sentivo frasi come “sembra che il bambino cresca bene”, “sembra che la gravidanza stia procedendo”. Una parola, solo 6 lettere, ma che pesavano piombo. S-E-M-B-R-A.

Con il senno di poi mi sarei rivolta a uno psicologo che mi aiutasse a vivere meglio questo periodo della mia vita.

Fino al 6 mese di gravidanza non l’ho detto a nessuno, anzi finché ho potuto tenerlo nascosto l’ho fatto, gli unici a saperlo erano i miei parenti più stretti.

Quando ho sentito mio figlio muoversi per la prima volta ho trovato la mia serenità perché sapevo che c’era, che era  vivo. Ma avevo il costante terrore che morisse. Non importa se non c’erano dati clinici preoccupanti, avevo paura che anche lui mi avrebbe lasciata, proprio come hanno fatto i suoi fratelli prima.


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Quando dormiva per delle ore di fila e non lo sentivo correvo al pronto soccorso terrorizzata, e dopo i primi accessi un’ostetrica mi ha risposto “è già la terza volta che vieni, non è che se non lo senti muovere per un po’ devi venire qui”…magari sbagliavo, ma con il mio passato penso che forse avrebbero dovuto spiegarmi le cose con dolcezza dandomi rassicurazione e non trattandomi da incapace ed esagerata.

Ho perso i miei figli senza poter far nulla, questa volta non sarei stata a casa ad aspettare di avere del sangue sugli slip. Questa volta stavo lottando per lui anche a costo di fare la figura di quella che esagerava.

Dalla 25esima settimana l’ho vissuta più serenamente perché ho cominciato a conoscere il mio bambino e siamo entrati in sintonia e le preoccupazioni sono un po’ scemate. Sapevo quando si sarebbe mosso, avevo capito che se dormiva a una certa ora poi si sarebbe svegliato ad un’altra.

Più vedevo la mia pancia crescere più non ci credevo, mi alzavo nel pieno della notte a guardarmi allo specchio e mi ripetevo “c’è. Il mio bambino è qui”. So che posso sembrare pazza, ma quando mi sentivo con l’umore basso bastava alzare la maglia e vedere il pancione e la serenità tornava.

Quando è nato Gabriele è stato un insieme di emozioni inspiegabili. 

L’ho stretto tra le mie braccia ho pianto per un’ora di fila senza un motivo particolare. 

Lo guardavo e piangevo, non mi sembrava vero di poterlo toccare, non mi sembrava vero di avercela fatta, non mi sembra vero che fosse lì con me. 

Avevo corso una maratona e questa volta avevo tagliato il traguardo.

Non ho realizzato che era mio figlio finché non sono tornata a casa con lui e con mio marito.

Li mi sono concessa di dirmi “ce l’ho fatta, è andata bene”, ma dall’altro lato ho realizzato anche che stavo crescendo mio figlio con l’ansia, mi preoccupavo per tutto perché non ho avuto il supporto dovuto durante la gravidanza, supporto per la mia fragilità.

Se prima avevo il dolore della perdita adesso avevo l’ansia. La paura di non essere abbastanza, la paura di non essere tagliata per fare la mamma,

La differenza poteva farla la presenza degli operatori disposti ad ascoltarmi, a darmi la possibilità di fargli mille domande, che considerassero normale il mio essere preoccupata e non l’avere degli aborti.

Quando perdi un figlio fai caso a tutto e ogni dettaglio diventa un dubbio.

Il supporto dovrebbe essere dato anche ai mariti perché se le mamme non stanno bene si ripercuote anche su di loro.

Una linea telefonica attiva almeno un tot di ore che dia la possibilità confrontarsi e capire se è il caso veramente di andare in pronto soccorso oppure che ti aiuti a gestire l’ansia di quel momento.

Ogni aborto è come perdere una mamma, un fratello, una sorella, ogni volta è sempre peggio, il dolore si moltiplica e tu non ti senti mamma, non ti senti capace e te lo porti dietro anche nel post parto.

A me non è mai importato che quei bambini avessero solo poche settimane, per me erano miei figli e quel dolore è stato placato solo dall’arrivo di Gabriele.

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